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VECCHI RANCORI E ASSI DI COPPE

  • storiedacaffe2020
  • 8 gen 2023
  • Tempo di lettura: 3 min

Anno di grazia 1732.

Nicola Salvi, brillante architetto romano, è ad una importante svolta nella sua cerriera: ha appena ricevuto da Papa Clemente XII l’incarico di realizzare la decorazione monumentale di palazzo Poli e la realizzazione della scenografica fontana in piazza dei Trevi, destinata a diventare famosa in tutto il mondo come la fontana di Trevi.


Il primo giorno di lavori è lì con i suoi, carico di orgoglio, a dare le prime disposizioni per l’allestimento del cantiere: e ad un tratto prova quella strana sensazione di sentirsi osservato.

Si volta, ma non vede nessuno.

Così riprende a dare direttive ai suoi scalpellini, ma ha di nuovo quella strana sensazione; si volta, e questa volta intravede una figura sulla soglia di una bottega al pianterreno di Palazzo Castellani, all’imbocco di via della Stamperia: un omino dall’aria segaligna, con un baffetto appuntito, ed indosso un camice da barbiere.


Non appena incrocia lo sguardo dell’ometto, questo si sente incoraggiato a rivoglergli la parola: “Architè, ma perché nun je dici de usà no scalpello più grosso, cosi se spicciano prima”

Il buon architetto Salvi questa non se l’apettava: lui, architetto di Sua Santità Papa Clemete XII, che deve ricevere non richiesti consigli da un barbiere. Seguì un impulso meschino, e decise di comportarsi sdegnosamente: fece un verso del tipo “Umpf!”, e si voltò ostentatamente di spalle.

Quel gesto sprezzante avrebbe dovuto scoraggiare il barbiere, ma evidentemente non fu così.


Per tutta la durata dei lavori, che si prortassero con alterne vicende per oltre trent’anni, ogni volta che il Salvi si recava sul cantiere, inesorabile arrivava il commento del barbiere:

“Architè, ma nun se po fa piu grande a conchiglia?”

“Achitè, perché non ce metti n’animale più gajardo, chessò, un leone?”

“Architè, mettice na bella donna nuda, così me la gurdo mentre tajo i capelli”

“Architè, perché nun je fai le bocce più grosse alla ninfa, che ce rifasemo li occhi”

E più il Salvi lo ignorava, più il barbiere lo incalzava.

Poi iniziarono le proteste:

“Architè, tutti i giorni sti rumori”

“Architè, dije de fa più piano coi picconi, che qua se lavora”

“Archtè, ciò tutta la povere de marmo nella bottega, me scappano i clienti!”

E poi urla, proteste, petizioni, lettere al Papa.

Più volte dovettero intervenire le guardie, al punto che andare sul caniere per il Salvi stava diventando una malattia.

Poi l’illuminazione.


Una sera il Salvi stava facendo la solita partitella a tressette del giovedi coi Vanvitelli e il Pannini (la chiamavano la partita degli architetti) quando Luigino Vanvitelli sbattè con forza un asso di coppe sul tavolo, gridando “Beccate quest asso de coppe!” con malcelata soddisfazione.

Nicola Salvi, per niente indispettito dal punto perso, si alzò inaspettatamente dal tavolo e diede un bacio sulla pelata di Vanvitelli. “Luiggì, sei un genio” e corse via.


Non lo si vide sul cantiere per un mesetto, poi ricomparve con la faccia soddisfatta ed il sorriso malizioso alla testa di un carro trainato da buoi.

Un argano scaricò una grossa struttura coperta da un panno, che fu saldamente assicurata sulla balaustra destra della fontana, proprio davanti alla bottega del barbiere.

Poi con gesto plateale tolse via il telo, sotto gli occhi attoniti dei presenti: un enorme asso di coppe ostruiva completamente la vista della fontana dalla bottega del barbiere.

“Archtè…”

“Beccate quest asso de coppe!” lo interruppe il Salvi, gongolando.


A trecento anni di distanza non ci sono più ne il Salvi, né il barbiere, né la bottega, ma la “pigna”, nota a Roma come “Asso de coppe”, è ancora lì, bella tronfia sulla balaustra destra della fontana di Trevi, completamente avulsa dallo stile architettonico dell’opera.


Sembra quasi sia lì per ricordarci una lezione.

I tempi cambiano, passano uomini, regni, potentati, tecnologie, ma i rodimenti, le miserie e le meschinità dell’animo umano restano imperturbabili nei secoli: siamo fatti di acqua e fango, e tutte le volte che diamo ascolto alla nostra parte più miserabile, qualunque nostra opera, anche la più leggiadra, resterà appesantita da un grosso, sgraziato asso di coppe.


 
 
 

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