FABLE IN THE JUNGLE (una favola nella giungla)
- storiedacaffe2020
- 18 mar 2023
- Tempo di lettura: 8 min

Perchè si raccontano le favole ai bambini? Non è una questione di intrattenerli per fargli passare un pò tempo, è molto di più.
Le favole affondano le loro radici negli antichi miti di cui troviamo traccia nelle tradizioni di tutti i popoli della Terra; dalle steppe ghiacciate della Russia ai deserti infuocati dell’Africa, ogni popolo ha le sue favole, e ogni favola è espressione degli archetipi, quelle immagini primordiali, quelle idee innate nell’animo umano e connaturate con il nostro essere: l’eterna lotta tra il bene ed il male, il passaggio dall’essere bambini a diventare uomini, il superamento delle sfide. Diceva Chesterton in un famoso aforisma che “Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono. I bambini lo sanno bene che i draghi esistono. Le fiabe insegnano che i draghi possono essere sconfitti. A questo servono le fiabe: a diventare grandi”
Ma se le Fiabe affondano le loro origini nella notte dei tempi, ci sono delle Storie che sono successe davvero, a uomini in carne ed ossa, che hanno tutte le carte in regola per diventare favole. O forse sono già delle fiabe, ma non ce ne siamo accorti.
Prendiamo la storia del Rumble in The Jungle, l’incontro di pugilato di Ali contro Foreman. Non è solo una storia di pugilato. Non è solo una storia di sport. E’ un archetipo. Ha in se tutti gli elementi di una Fiaba, di quelle da raccontare ai bambini per aiutarli a diventare grandi.
E allora proviamo a raccontarla questa favola, avvenuta pochi anni fa ma antica come il mondo, potente e bellissima. Vera.
C’era una volta un paese lontano, chiamato Zaire, dove vivevano leopardi e giraffe, antilopi e gorilla, bufali e zebre. Nel 1974 il paese era governato dal Colonnello Mobutu, un Dittatore malvagio che sfruttava il suo popolo e la sua terra in favore degli Stati Uniti, ricavandone in cambio ricchezza e potere.
Il Colonnello Mobutu era alla disperata ricerca di un modo per riabilitare il suo stato agli occhi del mondo intero, quando ebbe un’illuminazione: organizzare un incontro di boxe. Non un incontro normale, ma qualcosa destinata ad impressionare il mondo, e a rimanere negli annali. Semplicemente, il più importante incontro di boxe della storia. Così mise in palio la “borsa” più alta mai vista per un incontro di pugilato, 10 milioni di dollari, e prese contatto con un bizzarro omone nero con un enorme panettone di capelli in testa e collane d’oro al collo, che rispondeva al nome di Don King.
Don King ci sapeva fare: aveva soldi, conoscenze e idee chiare, e la storia gli offriva gli ingredienti adatti a creare un incontro epico. Da un lato naturalmente contattò il campione del mondo in carica dei pesi massimi, George Foreman: un pugile venticinquenne la cui forza veniva definita “sovraumana”, che godeva della sinistra fama di “Killer”. Pare che con i suoi pugni avesse sfondato la cassa toracica a più di uno sparring partner. Nei precedenti due incontri per il titolo mondiale aveva massacrato in sole tre riprese campioni come Joe Fraizer e Ken Norton; era da tutti riconosciuto come il futuro della boxe, ed il prototipo della nuova generazione di pugili, basato su una forza devastante, mai vista fino ad allora.
Ma il capolavoro di Don King fu la scelta dello sfidante, che poi è il vero eroe di questa storia: l’ex campione del Mondo Muhammad Ali.
Ali aveva iniziato la sua carriera da pugile col suo nome di battesimo: Cassius Marcellus Clay. Cassius era un predestinato della Boxe: iniziò ad allenarsi ad 11 anni, e nel 1964, quando aveva solo 22 anni, sconfisse Sonny Liston e divenne campione mondiale dei pesi massimi. Ma la sua vita doveva ancora iniziare.
Si perché fino a quel punto nella sua vita c’era stata solo la boxe, ma ad un tratto il giovane Cassius iniziò a guardarsi intorno. Aveva un bel cervello Cassius, una lingua lunga e degli occhi penetranti. E quello che videro i suoi occhi non gli piacque per niente: vide una società ingiusta, vide le diseguaglianze, la segregazione dei neri, l’emarginazione dei poveri. Si rese conto che per un unico nero che -come lui- “ce l’ha fatta”, ci sono migliaia di fratelli che non hanno alcuna possibilità, e saranno distrutti dalla droga, dalla povertà, dalla mancanza di diritti e di occasioni. E così, incurante delle conseguenze sulla sua brillante carriera, fece un primo gesto epocale: abbandonò il suo nome da schiavo, Cassius, si convertì all’Islam ed iniziò la sua battaglia politica contro la discriminazione utilizzando un nuovo nome da uomo libero: Muhammad Ali.
Tre anni e qualche incontro dopo, Ali decise di stupire il mondo ancora una volta, gettando definitivamente ai pesci la sua carriera: rifiutò la chiamata alle armi degli Stati Uniti per la guerra in Vietnam, dichiarandosi obiettore di coscienza. “Non ho niente contro i Vietcong, nessuno di loro mi ha mai chiamato Sporco Negro” dichiarerà Alì, scandalizzando opinione pubblica e l’intero Estabilishment, ricavando una condanna a cinque anni di prigione per “renitenza alla leva” e la squalifica dalla federazione della Boxe.
Ci vollero tre anni per ottenere una sentenza dalla Corte Suprema che riabilitò Ali, sancendo il suo diritto all’obiezione di coscienza, e gli permise di tornare a combattere, ma la lunga assenza ebbe il suo peso sui risultati: rimediò due KO sia da Fraizer che da Norton, pugili che Foreman aveva massacrato in tre round, e si iniziò a mormorare che la sua carriera fosse arrivata al capolinea.
Così quando Don King organizzò il combattimento con Foreman, c’erano tutti gli ingredienti di uno scontro epocale: un preannunciato passaggio di consegne tra la vecchia concezione della Boxe basata su velocità e agilità (“vola come una farfalla, e pungi come un’ape” era il motto di Alì), contro quello che era visto da tutti come il futuro dello sport, incentrato sulla forza fisica e la potenza dirompente dei pugni di Foreman. Ma era anche lo scontro ideologico tra due mondi: quello dell’impegno e della lotta di classe rappresentato dall’”outsider” Ali, contro il portavoce del potere e dell’ideale Americano incarnato da Foreman.
E in un mondo, qual’era quello dei primi anni ‘70 dilaniato dalle contestazioni, era lo scontro tra campione scomodo, simbolo dell’emancipazione dei neri, contro il classico esempio di “zio Tom”, il nero docile ed asservito al potere dei bianchi in cambio di pace e privilegi: da un lato Ali, condannato e squalificato per il suo rifiuto di obbedire al sistema, dall’altro Foreman, che aveva suscitato polemiche perché nella stessa olimpiade in cui Carlos e Smith alzarono al cielo il pugno delle pantere nere, aveva invece accettato di ricevere la medaglia esultando, drappeggiato nella bandiera a stelle e strisce.
Ancora una volta era Davide contro Golia.
E sin da quando arrivarono a Kinshasa nello Zaire, la differenza fu evidente a tutti. Foreman scese dall’aereo con i suoi pastori tedeschi, attirandosi subito l’odio della popolazione congolese: i pastori tedeschi erano i cani usati dall’odiata polizia belga durante il periodo coloniale per far sbranare ribelli e non allineati. Ali girava tra la gente, visitava i quartieri poveri, rilasciava interviste sulla lotta per l’emancipazione dei neri di tutto il mondo.
E così salirono sul ring, nella notte di Kinshasa, davanti alle telecamere di tutto il mondo è a cinquantamila spettatori indemoniati che circondavano il ring e gridavano a squarciagola un solo ritornello: “Bomayè, Alì Bomaye!” Letteralmente: Uccidilo Alì, uccidilo!
Ma non era Foreman che il popolo di Kinshasa voleva vedere ucciso: era la segregazione razziale, lo sfruttamento, l’oppressione, l’ingiustizia, la paura. “Bomayè” Era l’urlo rimasto strozzato nel petto di uomini a cui per anni è stato negato il diritto di protestare: dai Colonizzatori stranieri prima, e poi dalla dittatura liberticida e sanguinaria del Colonnello Mobutu. “Bomayè!” Gridavano cinquantamila voci che per troppo tempo erano rimaste in silenzio, nell’esplosione liberatoria di chi finalmente può urlare tutta la sua sete di libertà e giustizia. “Bomayè” gridavano al loro campione, pur sapendo che non aveva speranze: i bookmaker lo davano tre a uno (una sentenza), e chiunque capisse di boxe sapeva che difficilmente Ali avrebbe superato in piedi il terzo round.
E nella notte appiccicosa di Kinshasa, con l’aria resa irrespirabile dal tasso di umidità al 95%, alle 4 del 30 ottobre 1974 suonò la campana che sancì l’inizio dell’incontro del secolo, passato alla storia come “Rumble in the Jungle”, la rissa nella giungla. E subito Foreman iniziò a pestare Alì.
Per le successive sette riprese il match sarà a senso unico, con Foreman indemoniato che scarica la potenza dei suoi pugni sull’avversario, e Ali che spalle alle corde non può far altro che incassare; schiva quando può, si protegge quando riesce, ma la maggior parte delle volte incassa, molleggiando sulle corde del ring. Quei pugni che spaccano casse toraciche, che sono il simbolo del futuro della Boxe, per sette lunghissimi round colpiscono incessantemente Alì, che chiuso alle corde eroicamente incassa. Incassa ma non molla. Pare sempre sul punto di cedere, ma resta in piedi. E più Foreman lo spinge alle corde, più lo colpisce, e più si stupisce -insieme al mondo intero- di quanti colpi riesca ad incassare Alì.
Round dopo e round Foreman moltiplica le energie, sente che il colpo finale è vicino, che umanamente non si possono incassare tanti pugni senza crollare a terra distrutti, e in ogni colpo concentra le forze per quello che sembra sempre essere il pugno definitivo. Ma Alì resta in piedi. Appoggiato alle corde, ma in piedi.
E così Foreman inizia a stancarsi: le ha provate tutte, ha colpito con tutta la sua immensa forza per decine e decine di volte, ma non è bastato. Il pubblico capisce che qualcosa sta succedendo: Foreman sembra perdere velocità, lucidità e forza, mentre Ali per qualche inspiegabile motivo è ancora in piedi; e a quel punto la gente inizia letteralmente ad impazzire, e a gridare sempre più forte. “Ali, Bomayè!”
Si, perché ora Alì è davvero uno di loro: le ha prese, ne ha prese davvero tante; come è successo ad ognuno di loro la vita lo ha messo alle corde e lo ha colpito in tutti i modi. Ma lui è ancora in piedi, sostenuto dal suo grande cuore: e se non è crollato dopo tutto quello che ha subito, forse ora può succedere di tutto. Bomayè! Perché forse non sempre vince il più forte o il più prepotente. Bomayè! Perché si può soffrire per sette riprese o per tutta la vita, ma se si ha la forza di non arrendersi, prima o poi ognuno può avere la sua occasione.
E l’occasione arriva alla fine dell’ottava ripresa. Alì è come sempre alle corde, e ne ha prese davvero tante. Foreman sa che potrebbe bastare un ultimo pugno, un ennesimo ultimo pugno, per buttarlo finalmente al tappeto. E’ stanco anche lui, stanco di picchiare, e in quell’ultimo pugno mette davvero tutta la forza che gli rimane. Ma Ali, schiva. Il gigante si sbilancia, e apre la guardia, trascinato dalla potenza del colpo andato a vuoto, e Ali colpisce velocissimo col sinistro. Foreman è stanco, sorpreso e sbilanciato: non fa in tempo a proteggersi, e stavolta tocca ad Ali liberare un destro in cui mette tutto quello che ha, e colpisce Foreman in quel punto sotto l’orecchio, dove inizia la mascella e si definiscono i destini dei pugili.
Bomayè! Grida la folla impazzita. A Foreman cedono le gambe, piega il busto in avanti e inizia ad incespicare. Bomayè! Ruggisce il pubblico, incitando Alì a colpire il gigante indifeso per abbatterlo definitivamente.
Ma ormai non ce n’è più bisogno. Alì ritira i guantoni, saltella e segue con lo sguardo l’avversario che crolla a terra, come una gigantesca quercia abbattuta.
Alì alza le braccia al cielo, e come nelle grandi sceneggiature, come se anche la natura percepisca la straordinarietà dell’evento, scoppia un fragoroso temporale; talmente forte da far saltare i collegamenti satellitari, isolando Kinshasa dal resto del mondo.
“Bomayè” Continua a gridare la folla impazzita, ancora incredula per quello che è successo: Davide ha sconfitto Golia.
Il difensore dei deboli, svantaggiato e oppresso come loro, ha abbattuto il gigante, il campione, il simbolo dell’insuperabile forza dei padroni. Bomayè Continuano a gridare sotto il diluvio cinquantamila anime, come se fossero una voce sola. Uccidilo! Uccidi il drago!
Perché i draghi esistono. Ma se si ha abbastanza coraggio da affrontarli, i draghi possono essere sconfitti.



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