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SEMI NEL VENTO

  • storiedacaffe2020
  • 11 mar 2023
  • Tempo di lettura: 5 min

Ci sono storie a lieto fine, dove i protagonisti lottano, si impegnano e alla fine riescono a realizzare i propri sogni.

Ci sono storie più amare, e forse anche più numerose, dove i protagonisti lottano, si impegnano, ma alla fine i sogni rimangono solamente sogni, e la vita prende un’altra direzione.

E poi c’è la storia di Sixto Rodriguez, dove rimaniamo una volta di più a bocca aperta, pensando a quanto sia incredibile la vita.


Sixto Rodriguez è il sesto figlio di una modesta famiglia di immigrati messicani che vive a Detroit negli anni 70, ha vent’anni e coltiva il sogno della musica.

Ha talento Sixto, una bella voce e una bella testa. Se come me avrete la curiosità di sentire le sue canzoni, scoprirete che non ha molto da invidiare al miglior Bob Dylan.

Del suo talento se ne accorgono anche i produttori musicali della Sussex Records, che lo notano in un bar dove si esibisce con la chitarra e lo mettono sotto contratto. Gli produrranno, uno dopo l’altro, due album: Cold fact e Coming from reality.

Due flop assoluti.


Si, perché a volte non basta il talento, e per quegli imperscrutabili meccanismi del destino che dividono la fama e il successo dall’indifferenza e l’anonimato i due album vendono pochissimo.

La Sussex Records decide di procedere con la risoluzione del contratto; il buon Sixto prende atto della situazione e capisce che con la musica non potrà mai pagarsi da mangiare; così appende la chitarra la chiodo, si compra un paio di scarpe antinfortunistiche e trova lavoro come operaio in una ditta di demolizioni.

Quante storie finiscono così? Quanti aspiranti attori, musicisti, scrittori, sportivi hanno avuto un percorso simile? Un talento indiscusso, tanto sacrificio, l’occasione di sfondare, ma poi qualcosa non funziona: una giornata storta, un infortunio, un disco che proprio non vende, una palla che colpisce il nastro e resta un attimo in bilico, ma non supera la rete e torna indietro. Fine del sogno.


E per Sixto inizia una vita normale, che odora di sigarette e sudore, polvere di cantiere e periferia; per cinquanta dollari compra all'asta una casa prefabbricata un po' scassata, la ripara alla meno peggio e ci si trasferisce; si sposa, ha tre figlie. Pare sia stato un buon padre. Alla musica di certo non ci pensa più.


Ma il nostro mondo è governato da forze potenti e misteriose.

E così come capita che dei semi viaggino portati dal vento per migliaia di chilometri prima di trovare un terreno fertile su cui germogliare, così è capitato che verso fine degli anni ’80 una ragazza americana sia stata in vacanza in Sudafrica, portando con se la cassetta di Cold Fact..

In Sudafrica c’era l’Apartheid, era un periodo di forti tensioni sociali in cui gli studenti erano in prima linea nella lotta alla discriminazione e per la rivendicazione di un mondo più giusto; che guarda caso erano proprio i temi di cui erano intrise le canzoni di Rodriguez. Ed è amore a prima vista; anzi, al primo ascolto.

La cassetta passa di casa in casa, viene copiata dieci, cento, mille volte.

Viene ripresa e distribuita da case di produzione locali (oggi le definiremmo Indie) e in breve tempo Rodriguez diventa l’idolo musicale di un’intera generazione, il menestrello di quel movimento che porterà qualche anno dopo al rovesciamento dell’apartheid.

Con la sola particolarità che i milioni di fan Sudafricani non hanno idea di chi sia il loro menestrello.


Sembra impensabile al giorno d’oggi, dove in pochi secondi con Shazam e Google possiamo passare da una qualunque canzone sentita per caso alla radio alla biografia dettagliata del suo autore.

Ma a fine anni ottanta la cosa era un po' più complicata: non c’erano Google e Shazam, ma c’era il passaparola, e le leggende metropolitane.

E così un’intera generazione di ribelli e poeti, non avendo un volto con cui identificare il proprio cantore, dava sfogo alle fantasie più romantiche.

La maggior parte delle storie concordavano sul fatto che Rodriguez fosse morto, quasi sicuramente suicida.

Sulle circostanze della morte c’erano alcune discordanze, ma si era abbastanza sicuri che la cosa fosse avvenuta in pubblico, durante un concerto. Le versioni più accreditate parlavano di un colpo di pistola dritto in bocca (secondo alcuni sul cuore), ma non mancava chi era pronto a giurare che si fosse dato fuoco dopo essersi cosparso di benzina sul palco, quale estremo gesto di ribellione.


Sixto Rodriguez intanto, ignaro di tutto, viveva la sua vita nella periferia di Detroit, tra le bollette da pagare, le case da demolire, le pappe da preparare alla figlia piccola e i compiti da fare con la grande.

Intanto arrivano gli anni novanta, Mandela viene liberato, l’apartheid sconfitto, un’altra generazione di ragazzi Sudafricani sogna un mondo migliore cullata dalle note di Sixto Rodriguez, martire della libertà e della rivoluzione.


Negli stessi anni però si diffonde internet, e qualche fan sfegatato pubblica un sito web (The Great Hunt Rodriguez) per raccogliere informazioni su Sixto, soprattutto per cercare di scoprire le reali circostanze del suo drammatico suicidio.

Immaginate la sorpresa quando sulla chat del sito, insieme a vagonate di bufale e storie improbabili, compare un testo del tipo: “Sono la figlia di Sixto Rodriguez. Perché dite che è morto? Mio padre sta bene, questo è il suo indirizzo”

A quel punto due fan partono dal Sudafrica in direzione Detroit, con l’obiettivo di incontrare il loro idolo, e magari convincerlo ad andare in tournee.


Immaginate la faccia di Sixto, ultracinquantenne, che torna dal lavoro dopo una giornata in cantiere, e trova a casa sti ragazzi mai visti che gli dicono che è una star con milioni di ammiratori.

Fattostà che nel 1998 Sixto parte con le figlie e la sua chitarra alla volta del Sudafrica, e scopre che era tutto vero: li è effettivamente una superstar, e lo aspetta un tour da tutto esaurito. Lui è del tutto impreparato, non ha neanche una band, ma promuove i ragazzi del gruppo di spalla a band titolare, e per la prima volta a cinquantasei anni si lancia sul palco davanti ad uno stadio pieno di ragazzi in delirio.

Per i Sudafricani è qualcosa di incredibile, è come se fosse resuscitato Elvis e tornasse a cantare. Molti erano scettici, tanta era la convinzione sulla sua morte pirotecnica. Ma quando attacca a cantare ogni dubbio viene spazzato via, e il tour è un successo inimmaginabile.


Poi Rodriguez torna a Detroit, dove resta comunque uno sconosciuto. E qui dimostra ancora di che pasta è fatto: distribuisce a famiglia ed amici i soldi guadagnati nella tournee sudafricana, torna nella sua casa prefabbricata e riprende servizio presso il suo cantiere. Ogni tanto la sera, davanti ad una birra, mostra ai colleghi le foto delle folle osannanti ai suoi concerti sudafricani, ma i ragazzi lo prendono bonariamente in giro, convinti che siano fotomontaggi: Sixto glielo lascia credere.

Dovranno passare altri dieci anni, perché il regista svedese Malik Bendjelloul, interessato dalla sua storia incredibile, realizzi il documentario “Searching for Sugar Man”, che regalerà a Rodriguez la meritata attenzione del pubblico dei suoi connazionali.


E quindi?

Perché ci piace tanto la storia di Sixto Rodriguez?

Forse perché è un po' la storia di tutti noi. Noi che la mattina ci alziamo e andiamo al nostro cantiere, qualunque esso sia.

Noi che cerchiamo di fare la cosa giusta, qualunque essa sia.

Noi che speriamo che un giorno, da qualche parte, dalle conseguenze delle nostre azioni qualcuno possa trarre conforto o insegnamento, e che dai nostri gesti possa nascere qualcosa di bello.

Come da un seme portato dal vento.


 
 
 

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