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RIVELAZIONI INASPETTATE

  • storiedacaffe2020
  • 25 set 2022
  • Tempo di lettura: 5 min

Quando Damien Seguin ha tagliato il tragurado dell’ultima Vendèe Globe, entrando nella rada a Les Sables D’Olonne, aveva le braccia alzate al cielo e il sorriso radioso di chi ha portato a termine una grande impresa.


Come ormai prassi per i navigatori solitari all’arrivo delle regate transoceaniche, con una mano alzava un bengala acceso.

Per la verità in genere nell’iconografia classica i bengala sono due, uno per mano, tutti e due a colorare il volto dell’eroico navigatore e la scena di quell’inconfondibile rosso incandescente dei fumogeni.

Damien però stringeva un unico bengala in una mano, per il semplice motivo che l’altra mano non ce l’ha: è nato senza.


Quando ho visto le prima volta le immagini del suo arrivo assurdamente ho pensato: ma come avrà fatto ad accendere il fumogeno con una mano sola?

E poi ho pensato che era una domanda davvero stupida.

Quell’uomo meraviglioso aveva navigato da solo nei mari più impegnativi del pianeta, aveva affrontato tempeste, sfiorato iceberg, superato onde alte come palazzi, sopportato estenuanti nottate in mezzo alla desolazione del Pacifico con il vento che ti sferza la faccia e sembra voglia staccarti la pelle. Tutto da solo, per mesi.

Senza una mano.

Io che di mani ne ho due, ho difficoltà ad abbottonarmi i polsini della camicia.

Ho visto bambini andare in crisi perché non gli venivano comprati i loro biscotti preferiti.

Ho visto ragazzi rifiutarsi di uscire di casa per una lieve imperfezione fisica.

Ho visto uomini pieni di rancore lamentarsi contro il Governo e contro il Destino per l’esiguità del sussidio concesso a fronte di un’invalidità più teorica che reale.


E poi ho visto Damien Seguin che da solo e senza un mano ha sfidato le potenze della natura, e dopo esserne uscito vivo ha avuto la grandezza di scherzarci su, e si è presentato all’arrivo vestito da Capitan Uncino: in testa un tricorno, addosso una palandrana rossa con sulla spalla un iconico pappagallo di pezza, in una mano un bengala acceso e nell’altra mano… niente mano, non ce l’ha: al posto della mano si è legato un uncino di gomma.

Immenso.


Era lui il mio personalissimo paradigma di forza d’animo, a cui mi ispiravo quando mi sentivo mancare le forze.

Era l’ui l’esempio che citavo ai miei figli quando cercavo di dimostrargli che con l’impegno e la forza di volontà si può superare qualsiasi difficoltà.


Poi sono stato in gita a Palermo, e ho conosciuto Gabriele.

Quando andiamo in giro e ne abbiamo la possibilità, ci piace trovare una guida locale che ci accompagni a zonzo per la città e ce la faccia vivere un po' più dall’interno, raccontandoci la Storia (e le Storie, le più belle) del posto.


La mattina in cui conoscemmo Gabriele doveva venire in auto con noi a Monreale, per poi tornare a Palermo e gironzolare insieme fino a sera. Sono arrivato all’appuntamento tanto per cambiare in ritardo perchè avevo portato Winch a fare un giro, e moglie e figli erano già lì; ho fatto appena in tempo a cogliere uno sguardo infefinibile da parte di mia moglie mentre mi diceva “lui è Gabriele” che gli ho porto il pugno da battere, così come da consuetudine post covid. E mi è parso che il pugno che ha battuto il mio avesse qualcosa di strano. Subito dopo Winch si è sentito in dovere di fare le feste a quello che aveva individuato come un mio nuovo amico e gli è saltato addosso, e anche i movimenti che ha fatto Gabriele per non essere sopraffatto dall’esuberanza canina di Winch avevano qualcosa di strano, una certa innaturale rigidità.

Poi è salito in macchina accanto a me ed è iniziata la giornata: una giornata che da turismo in famiglia si è trasformata in un Viaggio nelle emozioni.


Gabriele aveva un qualche problema fisico a gambe, mani e piedi, ma è stato la migliore guida che abbiamo mai avuto.

Aveva difficoltà a camminare, ma avanzava infaticabile tra i vicoli della sua amata Palermo.

Aveva difficoltà a tenere in mano una birra, ma ha brindato più volte con me tenedo la bottiglia tra i pugni.

Aveva le gambe rigide, ma sgaiattolava agilissimo tra la folla della Vucciria o di Ballarò.

Aveva difficoltà a salire le scale, ma con uno strano movimento oscillatorio si arrampicava instancabile, precedendoci alla scoperta di gioielli architettonici, tutti rigorosamente posti in cima a una qualche scalinata.

Aveva difficoltà ad usare il telefono, ma tenedolo in orizzontale con i pugni, ed usando quel po' di mobilità che gli permettavano i pollici studiava per noi le strade meno trafficate, o gli orari meno intasati per visitare i monumenti.


Aveva sviluppato una strana tecnica per scendere le scale; strana ma efficacissima: si buttava a capofitto per la scalinata, strisciando alternativamente un piede dopo l’altro in avanti sul gradino, con le gambe tese. Il tutto schivando i turisti e continuando ininterrottamente a parlarci per farci apprezzare l’incredibile commistione di stili e culture che si manifestava in ogni angolo della città.

Odiava la Mafia, ce l’aveva con Ciancimino e gli autori del “sacco di Palermo”, si è commosso parlando di Falcone e don Pino Puglisi, era gonfio di orgoglio quando ci raccontava dei Vespri Siciliani, aveva gli occhi sognanti quando cercava di farci comprendere come doveva essere bella la “Conca d’oro” prima dello sfregio dell’abusivismo edilizio.

Per le strade del centro e nei vicoli tutti lo salutavao, e lui sorrideva a tutti.

Aveva un debole per la cassata al forno.


Alle sei di sera il contapassi del telefono della mogliera diceva che avevamo percorso sedici Chilometri, eravamo esausti, ma Gabriele aveva altre meraviglie da mostrarci, altre storie da raccontarci, altri piccoli segreti della città da condividere con noi: l’amore per la sua terra era coinvolgente, il suo desiderio di raccontarcela e farcela amare ha vinto ogni nostra stanchezza.

Abbiamo lasciato in albergo bimbi e cane (anche lui ormai con la lingua a terra) e abbiamo seguito Gabriele verso angoli imperdibili, l’albero che aveva inglobato la ringhiera, il ficus più grande d’Europa dove da bambino giocava a nascondino, la leggenda di Santa Maria della catena, il panino c’a meuza più buono del mondo, le strade del porto.


L’immagine che non dimenticherò è una chiesa dietro ai Quattro Canti, San Giuseppe dei Teatini, con l’ennesima scalinata da superare e una facciata abbastanza inutile, se non bruttarella: le mie gambe urlavano pietà, non ci volevo entrare, non sembrava ne valesse la pena.

Ma quando Gabriele oscilla caparbio su per le scale, che fai, non lo segui? Siamo saliti, e l’interno è stato l’ennesima rivelazione inaspettata, troppo bella per raccontarla.

E lì ho capito.


Ho capito che esistono persone che sono come quella chiesa: Dietro una facciata rovinata o insignificante, nascondono un cuore meraviglioso.

Un cuore capace di insegnare la dignità, un cuore capace di ispirarti a non mollare mai ed andare avanti, malgrado tutto.

Un cuore capace di superare gli Oceani.


Incontrarle è un Dono, sta a noi riuscire a riconoscerle.


 
 
 

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