I PAVONI DI HOLLAND PARK
- storiedacaffe2020
- 24 set 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Qual’è il posto più sporco in cui avete dormito?
Io ho dormito in un sacco di posti lerci, sale d’attesa di stazioni, porticati, parcheggi degradati.
Anche pagando, sono finito in parecchi posti squallidi.
Mia moglie ancora mi rinfaccia l’”albergo” di Dubrovnik prenotato al volo una sera che lasciammo la barca e avevamo il traghetto la mattina dopo: “Manca solo la sagoma disegnata a terra di un omicidio” commentò sarcastica mia figlia, rappresentando con estremo realismo la situazione.
In effetti era davvero un cesso di posto.
Ogni viaggiatore ha la sua personalissima classifica di posti squallidi.
Naturalmente il livello di bruttura dipende sempre -Kantianamente- dagli occhi di chi guarda.
Se si chiede a mia madre, Signora per bene in profumo di aristocrazia, indicherà sicuramente l’hotel “Mamma rosa”, un orribile casermone di cemento sulle nevi di Passo Lanciano.
Pare che appena arrivati, mentre i miei si guardavano intorno manifestando un composto disagio per lo squallore della struttura, io bambino li abbia messi in forte imbarazzo gridando: “Mamma! Non ho mai visto un albergo così bello!”
Evidentemente ho sempre covato un animo Punk, con buona pace delle aspirazioni estetiche dei miei.
Il mio personalissimo picco dello squallore, il mio Everest del disagio dei posti in cui paghi per dormire e non corrispondono alle tue aspettative, spetta invece ad un ostello di Londra.
Va premesso che è possibile che il ricordo non sia proprio obiettivo, ma modificato dal trascorrere degli anni e dal contesto emotivo.
Era il 1998, avevo 21 anni e a fine settembre avevo finito gli esami della sessione, così decisi di vivere un’esperienza all’estero, ed andare a vivere qualche mese a Londra.
Avevo le idee poco chiare e tanto entusiasmo. L’obiettivo era perfezionare l’inglese e divertirmi, quindi praticamente valeva tutto: lavorare, conoscere gente, vivere la città.
Partii da solo, con uno zaino ed una dritta per la prima notte, giusto per avere una meta appena sceso dall’aereo e poi capire lì come procedere: “c’è un ostello carinissimo ad Holland Park, ci sono pure i pavoni, vai lì”.
Così atterrai ad Heatrow la sera, presi la metro per Holland Park, e verso le 11 di sera arrivai in città.
Ricordo ancora quando uscii dalla stazione della metro, zaino in spalla, e per la prima volta vidi Londra: ero letteralmente inebriato dalle luci, gli odori, il caos, l’eccitazione, l’infinito senso di libertà.
Subito dopo capii che la mia scarsa esperienza del mondo mi aveva fatto fare un errore di valutazione: nella mia idea ad Holland Park avrei dovuto trovare un parchetto con un ostello bellissimo, invece mi trovai nel cuore di una metropoli brulicante di vita e di odori, ma senza nessun parco in vista.
E poi comparve la scritta Hostel.
Era tardi, ero stanco, ero a Londra, ero eccitatissimo, potevo mai mettermi a sottilizzare sul fatto che c’era l’ostello ma non c’era il parco? All’esterno non mi sembrava carinissimo, ma varcai la soglia con grandi aspettative.
E mi trovai in un misto tra un Suk arabo e un carcere Tunisino.
Odore di cumino, una moquette polverosa, una scala sgangherata. Un arabo con turbante dietro una specie di bancone mi prese il pretese il pagamento anticipato per la notte e mi fece cenno di salire.
Al primo piano un unico camerone, tunisini in mutande, roba sparsa ovunque, letti a castello con coperte luride usate tipo chiusura del letto inferiore dai quali si affacciavano facce sospettose, o indifferenti. Odore di rancido, in un angolo un lavandino incrostato di vomito con uno specchio rotto, muri sporchi di sostanze indefinibili, scarafaggi.
Non proprio il carinissimo rifugio che mi avevano descritto, ma probabilmente un appuntamento col destino, un posto in linea con quello che poi si serebbe rivelato il mio Karma.
Iniziò quella sera la mia vita a Londra, che si rivelò una delle esperienze più belle della mia vita, un periodo che inevitabilmente mi ha formato contribuendo a rendermi -nel bene e nel male- la persona che sono oggi.
Ricordo che quella notte, addormentandomi, pensai assurdamente che forse ero ubriaco quando mi avevano detto dei pavoni, dovevo essermelo inventato.
Più di vent’anni dopo sono tornato a Londra con i bambini, ricongiungendomi con la città che avevo amato: l’ho trovata ugale per alcuni aspetti, profondamente cambiata in altri. Ma immagino che in vent’anni ero io ad essere cambiato.
Comunque una mattina ci trovammo ad Holland Park per ammirare i suoi giardini di tulipani, le sue aiuole, i pavoni.
E proprio giocando con Fabri a rincorrere un pavone, l’abbiamo seguito dietro una siepe e mi sono trovato davanti ad una curatissima costruzione, circondata da fiori. C’era un cartello con un insegna decorata al pirografo, la scritta diceva : “Hostel”
Mio figlio e il pavone mi guardavano interdetti, mentre mi scompisciavo, in preda ad un irrefrenabile attacco di ridarella.





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