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CRONACA DI UN MATRIMONIO NAPOLETANO

  • storiedacaffe2020
  • 4 ott 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

Pensavo di scansarmela, dopo una settimana di Covid. Dopo che lo scorso week end mi ero saltato una tre giorni di concerti rock a Firenze, e dopo una settimana fatta di febbre alta sino a mercoledì e lavoro da casa giovedì e venerdì, pensavo di meritarmelo un week end in salute a casa, da SOLO.

E invece no, venerdì sera la linietta della T sul tampone nonostante il mio impegno e tutta la mia pressione psicologica, non è comparsa.


E così eccomi qui, ad un matrimonio in Campania di colleghi di mia moglie in cui conosco solo tre persone: mia moglie, appunto, una collega più grande e il Prof., padre dello sposo.

Che poi sono guarito, ma probabilmente non senza strascichi: ai matrimoni amo gli aperitivi, e di solito per me è ordinaria amministrazione, ma oggi dopo il quinto prosecco sono già in orbita e tutto si tinge di un tocco grottesco.


Scappo in bagno per scrivere, quasi fossi un cocainomane, o un onanista.

Mia moglie lo sa e mi guarda severamente ad ogni rientro al tavolo.


Dopo il prosecco c’è stata la visita alla cantina, con degustazione di rossi, salumi e formaggi. Al terzo giro ero ormai brillantissimo.

Sarà la convalescenza, sarà il caldo di un anomalo 25 giugno con 38 gradi, ma a tavola ho un sorriso da delfino e la sensazione di essere in una campana di vetro.


Torno sulla terra quando il complesso ci delizia con una surreale versione di “a mano a mano” in Chiave neo melodica che è un po’ come guardare un’operazione a cuore aperto, o le foto di una uno strano virus della pelle: mi fa ribrezzo ma in qualche modo mi attira. E così mi trovo a fare il coro a “Può nascere un fiore, in questo mio ammore per teeeee” come se fossi allo stadio e cantasse Gigi d’Alessio.


Siamo ad un tavolo abbastanza defilato, tra quello dei bambini e quello dei fotografi, il che ci garantisce uno sguardo da piccionaia su tutta la sala, e in queste situazioni se ho un po’ bevuto io ci sguazzo.


I PERSONAGGI:

L’incravattato:

Pantalone blu elettrico, camicia bianca a pois blu, giacca non pervenuta, cravatta blu elettrico, che però già a partire dall’aperitivo ha infilato dentro al secondo bottone della camicia, lasciando da fuori solo il nodo e 5 cm di cravatta blu. E si aggira con un’inspiegabile aria da Presidente degli Stati Uniti che risolve una crisi internazionale.


Il nato morto:

Il collega di mia moglie, persona per bene (Professore universitario serissimo e degno di fede) sostiene che un ragazzo presente fosse dato per morto alla nascita, poi miracolosamente sopravvissuto e cresciuto. Ora è un trentenne pallido e magrissimo, che si aggira tra ti tavoli con aria grave, che ricorda vagamente il Nosferatu di Bela Lugosi;


Il Ballerino:

No, questo non lo descrivo, non riuscirei a rendere l’idea. Lento o veloce che sia il ballo, non è solo questione di tecnica, come ingenuamente credevo io, ma soprattutto di convinzione. Attitude, direbbero gli anglosassoni: lui ce l’ha tutta, e anche di più.


Io: insensatamente alticcio attacco bottone un po’ cone tutte: con le damigelle vestite di verde, con la nonna torinese ottantaseienne dello sposo che mi ricorda tanto mia nonna veneta che non c’è più e un po’ mi viene da piangere, con una bimba che ha fatto glie esami di terza media e pare sia nata il giorno prima di mia figlia e mi intenerisce, con le statue neoclassiche seminude nel corridoio del bagno.


Lo zoppo con gli occhiali da sole:

È alto un metro e un cazzo, zoppica, ha un pancione, ha gli occhiali da sole in sala, mi fa impazzire.


La baby sitter:

Dopo 5 minuti al tavolo dei bambini accanto al nostro non c’è più nessuno.

Resta solo la baby sitter tracagnotta (ma aderentissima) che continua a mangiare patatine fritte.


Il fotografo col culo peloso:

Parte dal tavolo dietro al nostro, e sembra che la sua unica ragione di vita sia far foto agli sposi (il che è anche giusto), ma rigorosamente accovacciato e col culo peloso da fuori: Pura Poesia.


Raimondo:

Pare che ognuno di noi abbia al mondo sette sosia. Il padre della sposa è uguale a Raimondo, a cui voglio un sacco di bene. Lo vedo seduto al tavolo con aria scazzata, e penso che lo vorrei abbracciare.


Sono le 19,40. Mentre aspettiamo il secondo secondo, il complesso reinterpreta Wind of change (che ho amato moltissimo) con un testo piuttosto libero e sonorità partenopee; al nostro tavolo si è seduto il padre dello sposo che mi racconta una storia che deve ritenere molto divertente: io non sento una parola ma rido quando mi sembra ci sia da ridere. Incredibilmente devo avere i tempi giusti perché lui pare apprezzare, e continua inesorabile finché mia moglie non approfitta di una pausa per interromperlo con un Brindisi.

Io sono felice, e per la millesima volta fuggo in bagno a scrivere.


È bella la vita ai matrimoni di giugno


 
 
 

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